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Libro del mese
16/04/16
Presentazione del libro “La difficile antimafia oltre la legittima repressione” di Giuseppe Tuccio edito da CSE

24/07/16
È stato pubblicato il n.149-150 della Rivista “Calabria Sconosciuta”

25/07/16
Settimo Concorso Nazionale di Poesia “Francesco Chirico”

Chiave di ricerca:


La difficile antimafia. Oltre la legittima repressione. Verso innovativi processi formativi-culturali: scuola, famiglia, politica e chiesa, Calabria Sconosciuta Editore, Reggio Calabria, 2016, pp. 664, euro 40,00
Giuseppe Tuccio 
Recensione
E se il Sud avesse un tesoro nascosto ed ancora introvabile,quello 
della cultura?
È l'ipotesi non sotterranea ma esplicita del volume di Giuseppe Tuccio, 
edizioni Calabria Sconosciuta Editore.
Il libro si interessa soprattutto del male per eccellenza della Calabria, 
la malavita, quello per cui la regione è agli ultimi posti per servizi e 
sviluppo,ed ai primi per malaffare, corruzione, violenza.
Curiosamente l'autore ritiene che sia un problema di cultura.
È il tempo, il nostro, di profonde mutazioni, di divario abissale, di 
ricerca di risorse.
C'è un'ipotesi che sembrava peregrina fino a qualche tempo fa, resa 
visibile iconizzata ora, dall'apparizione dei Bronzi di Riace che potrebbe 
costituire la risposta alle questioni precedenti.
Nel libro a chiare lettere viene denunciata la povertà delle istituzioni, il 
rischio di un paradosso che se anche la malavita fosse sconfitta il 
degrado potrebbe restare intatto.
Infatti l'ipotesi dominante che la malavita sia responsabile del 
sottosviluppo, è mera ipotesi appunto.
Per cui ne deriva che la sola repressione non basta né l'opera pur 
giusta e legittima di contrasto, e che bisogna intervenire con processi 
formativi.
L'ipotesi offerta dal corposo studio del magistrato esce dalla genericità 
della disciplina giuridica.
Per debellare la malavita, il male che sembra inquinare ogni possibilità 
di sviluppo e di risorgimento, una risorsa c'è ed è sotto gli occhi di 
tutti.
La principale risorsa è l'uomo, la sua coscienza rinnovata che potrebbe 
fornire le soluzioni a tutte le emergenze.
C'è dunque una prospettiva rovesciata per cui il Sud è depositario di 
una coscienza umana.
Questo il tesoro non speso e non ancora individuato.
È la prospettiva di questo volume.
Se rovesciamo la prospettiva allora siamo davanti con stupore ad un 
accadimento.
Parlo del Sud in genere considerato soggetto di pietà, dimora dei 
malheureux dei disgraziati per sorte, per ventura, per scelta.
Se rovesciamo la prospettiva pietosa,di commiserazione, deprimente, 
depressiva, siamo davanti non solo ad un Sud solare che nella visione 
di Rousseau è il luogo dove ebbe origine il linguaggio,ma anche un 
luogo che custodisce la segreta soluzione della crisi attuale.
Sembra impossibile, ma è così.
Il segreto ha un nome, l'uomo,dicevamo.
Per molto tempo ho lottato e resistito all’incitamento del Prof. 
Piromalli, meridionalista e indubbio maestro che però sosteneva che il 
Sud era affetto da epigonismo, da un ritardo acuto, l'umanesimo 
appunto, la dottrina che rendeva orgogliosi gli studiosi e gli eruditi e 
che però nella trionfante modernità appariva per l'appunto colpevole 
ritardo.
Affidarsi alle glorie del passato non è insania, non è insania quel 
ribrezzo verso l'industrializzazione, non è ritardo colpevole l'idea che il 
vero progresso stia nelle mura diroccate oltre che dalla vetustà, dai 
terremoti?
Vedo le mura e gli archi ma la gloria non vedo, diceva il poeta.
Eppure insistente è nella storia della Calabria un'idea soteriologica, 
quella che animava non solo Gioacchino da Fiore a parlare di una terza 
età , di riscatto e non solo Campanella che per essa sopportò 
trent'anni di carcere nella fossa di Sant’Elmo.
Un'idea salvifica che spinge stranamente eruditi ad ipotizzare in 
Calabria la nascita dell'Odissea,o il luogo dove i naufraghi di Atlantide 
con i loro tesori di sapienza spinsero le loro orme.
La stessa idea che ebbe Repaci, quando in una sorta di profezia, parlò 
del giorno della Calabria.
L'umanesimo è la formula necessaria per la rifondazione, l'epopea 
della grandezza possibile dell'uomo di cui necessita il pianeta in un 
momento così grave quale mai la storia millenaria ha conosciuto.
Il segreto è stato custodito gelosamente per secoli, ma è ora 
lampante, luminoso, fiammeggiante dinanzi ai nostri occhi.
Accade dunque che quello che un tempo consideravamo retro, 
tendenza passatista, assuma un carattere di grande innovazione.
Bisogna ritornare all'umanesimo.
Per questo le sezioni che riguardano la famiglia, la Chiesa sono così 
puntuali, ricche di documenti nel saggio di Giuseppe Tuccio.
Ma che significa?
Certo non intendiamo l'umanesimo come erudizione, come filologia 
come mera esaltazione del passato.
Ma un nuovo umanesimo una visione dell'uomo all'altezza delle 
tremende emergenze che l'evoluzione propone oggi.
Intendiamo il recupero della coscienza come risorsa, come capacità di 
soluzione delle emergenze.
L'uomo nuovo deve essere in grado di conciliare culture diverse ma 
non opposte nei principi fondamentali,deve riuscire a rifondare un 
nuovo concetto di natura ed un nuovo concetto di patria, deve proporre 
un nuovo modello di sviluppo.
È insieme un uomo cosmico e in possesso della coscienza individuale.
Un compito immane, ma possibile da raggiungere la cui profezia è in 
certo senso espressa dai Bronzi emersi dal mare con il loro linguaggio 
Con questo volume torniamo all'elemento principe dell'umanesimo: 
l'unità della visione.
Nell'umanesimo non c'era scissione tra mente e corpo, la realtà come 
l'io non erano divisi.
La cultura esige un primo fondamento,l'unità ed ecco che il magistrato 
esce dalla specializzazione ed affronta i problemi culturali.
L'uomo di oggi è diviso tra ciò che pensa e ciò che fa, tra l'apparire e 
l'essere.
In particolare da noi la divisione significa il precipitare della situazione 
in una scissione malefica.
La famiglia precipita in una concezione tribale, la cultura senza ideali in 
un'assenza di spiritualità e nella deriva di un pragmatismo cieco.
Quando mi accingevo a scrivere questo una statua bella della città è 
caduta travolta dal vento. Rappresentava il Cristo libertador. Faceva 
eco all'ala del castello caduta sotto le ruspe un ventennio fa.
Eppure è possibile scrivere un'altra storia.
Nella Chiesa c'è stato un periodo di renouveau, di rinnovamento, nella 
società reggina anche. Questo volume raccoglie documenti in questa 
direzione.
La cultura aveva le sue figure ed anche la pedagogia.
Nello studio messinese Catalfamo aveva la sua scuola e così Attisami.
Io credo fermamente e non è solo un auspicio che questo volume 
segni il ritorno della questione meridionale non solo nel senso classico, 
ma anche come questione di umanesimo tradito, da rifondare.
Segni cioè nel contempo un nuovo inizio.
Come solo un nuovo umanesimo può salvarci dall'impasse così una 
nuovo corso della questione meridionale a partire da una nuova 
visione del Sud, può salvare il Sud stesso.
È alfa ed omega, perché l'inizio ha in sé un obiettivo, la conclusione, il 
fine.
L'Aspromonte l'altro simbolo che deve essere riscattato e riproposto 
nella Canzone di gesta omonima come la frontiera del combattimento 
tra bene e male.
Nel saggio di Giuseppe Tuccio i quattro pilastri rappresentano la via di 
uscita dalla crisi, la soluzione per lo sviluppo: famiglia giustizia,scuola, 
chiesa,
In varie forme essi hanno contribuito alla lotta contro i due mali da 
fronteggiare, la falsificazione e il filisteismo, l'odio dell'uomo contro 
l'uomo e l'agire, falsificando se stessi e i valori fondamentali 
dell'esistenza e della storia.
Un contributo prezioso.
Autore della recensione
Carmelina Sicari








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