Se chiedessimo alla gente, diciamo incontrata per caso in strada, che ci dia una
sua idea della figura di "prete", di come ne ha cognizione, di come, caso mai,
la immagina, sono sicuro che la totalità della gente non si sottrarrebbe e
darebbe una risposta.
Più o meno articolata a seconda delle esperienze personali: tutti abbiamo
frequentato la Parrocchia e l'Oratorio, tutti, anche se da esterni, per esempio,
abbiamo almeno partecipato alle gite organizzate del "prete", tutti abbiamo
visto e vediamo quella veste nera girare per il quartiere.
Ne verrebbe un mosaico di descrizioni, di impressioni, di esperienze, che messe
insieme possono costruire quello che potremmo definire la "idea" del prete
nell'immaginazione collettiva. Quindi la collettività, credente o no, laica o
praticante, ha una sua idea del prete.
Ma se provassimo a fare la stessa domanda sulla figura del "vescovo", cosa
potremmo aspettarci?
Non ho fatto questa esperienza, ma è mia convinzione che pochi saprebbero dare
una risposta e, pensandoci un poco, si meraviglierebbero con se stessi per non
aver mai pensato a questa figura così importante e fondamentale nella Gerarchia
della Chiesa Cattolica e non solo, ma anche Padre Spirituale dei fedeli della
sua Diocesi.
Il Vescovo noi lo vediamo solo nelle ricorrenze importanti della Liturgia, sotto
paramenti luccicanti con la sua mitra e il suo pastorale, necessariamente
ieratico, anche se spesso dai suoi occhi e dalle sue parole percepisce un
affetto e un amore paterno per il suo gregge. Si percepisce soltanto. Il Vescovo
è lontano, non è una persona fisica con cui interloquire, è circondato da una
barriera chi gli impedisce di scendere tra i fedeli. E questo anche quando in
rare occasioni, spogliato dai paramenti luccicanti, si intrattiene con i fedeli.
Una carezza ad un bambino, una stretta ad una delle tanti mani che si
protendono, un cenno della mano
benedicente ai più lontani.
Il Vescovo parla ai suoi fedeli, il suo gregge, ma attraverso Lettere Pastorali
ed omelie occasionali, per il resto è una Autorità nascosta nel suo Palazzo.
Ma è solo Vescovo, oppure ha una sua vita come gli uomini comuni che gioiscono,
soffrono, ridono, piangono, si appassionano, amano e detestano?
Una risposta a queste domande arriva da una pubblicazione di un inestimabile
valore confessionale, ma anche, se non soprattutto, umano.
Un Vescovo importante, che ha lasciato traccia nella storia della Chiesa dei
giorni nostri, ha scritto della sua vicenda sia di cursus honorum, sia di uomo
con tutte le sue problematiche.
È Monsignor Aurelio Sorrentino, Vescovo Calabrese, che al momento di diventare
Vescovo Emerito, cioè di essere spogliato per motivi di età della sua carica
effettiva, ha sentito il bisogno di affidare i suoi pensieri alla carta,
certamente non perché diventassero motivo ed argomento di "scandalo", ma per
rivivere nella solitudine i momenti della sua azione pastorale e trovare nelle
pagine scritte motivo di consolazione.
Dobbiamo essere grati a Monsignor Denisi suo segretario per tanti anni, che con
abnegazione, precisione ed amore ha voluto raccogliere, ordinare e pubblicare
queste pagine che ci rendono il ritratto intimo di un grande uomo della Chiesa e
della società calabrese, sia ecclesiale, sia civile.
A leggere i suoi scritti emerge ai nostri occhi un uomo che non ha mai
dimenticato di esserlo, per come non ha mai dimenticato l'impegno di Pastore,
portandolo sempre al massimo.
Rivive la sua esperienza pastorale nelle pagine del Diario e cerca una
consolazione proprio a quella inerzia pastorale cui è stato costretto.
Dalle pagine del Diario emerge la realtà, ancora oggi non completamente
compresa, di una possibile e necessaria compromissione nella stessa figura,
dell'uomo che vive, anticipa ed interpreta il suo tempo, con il Vescovo.
Questa è la grandezza di questo Vescovo, intento a vivere nel suo tempo, dopo
averlo spesso anticipato, senza nascondersi dietro i facili scudi che
l'istituzione terrena Vaticano può offrire e pronto ad accettare in prima
persona le sfide di una realtà che impetuosamente e senza risparmiare nessuno,
sta, come un torrente in piena, travolgendo millenarie certezze.
Per questo suo aver vissuto il Magistero con tale passione e partecipazione,
Monsignor Sorrentino, dimissionato ancora nel pieno della sua vitalità, non
comprende e non accetta l'estromissione da quella responsabilità pastorale che
lui ha sempre vissuto come un tutt'uno con l'impegno civile,
Ci sono pagine amare nel Diario. Molto amare, ma piene dell'amore devozionale
verso il Cristo che lo ha chiamato ad essere suo Pastore. Potrebbe essere
bollata come presunzione il suo richiamarsi alla solitudine di Cristo
abbandonato nell'ora suprema da tutti, ma se lo fa, si sente, è per consolare se
stesso, ritenendosi poca cosa di fronte ai patimenti del Figlio di Dio.
Quando si scriverà la storia della Chiesa del secolo XX, e non solo come
istituzione presente nel mondo, ma come Magistra, la figura di Aurelio
Sorrentino avrà un posto preminente.
Ha letto nei primi sussulti della contestazione degli anni 60-70 quello che
sarebbe accaduto successivamente ed ha richiamato alla responsabilità i suoi
preti e da alcuni è stato addirittura contestato come retrogrado e sorpassato.
Lui, che sin da fanciullo, al Seminario, aveva capito il dovere che la Chiesa
aveva verso il suo gregge, di predicazione e di attuazione di quella dottrina
sociale che tanti Papi avevano illustrato nelle loro Encicliche. Lui che ancora
giovinetto si era procurato in dispetto a tutti e aveva studiato ed approfondito
una documentazione su questi argomenti, che poi l'avrebbero accompagnato per
tutta la vita.
Non dimentichiamo che si era in piena era fascista e che quegli argomenti certo
non erano all'ordine del giorno o argomenti di discussione. Che dire, c'è chi,
forse per grazia della Provvidenza, riesce a vedere un poco prima e un poco più
lontano degli altri.
Questo suo appellarsi al valore sociale del lavoro ed al riscatto di chi non ha
voce per reclamare ciò che gli è dovuto gli ha procuralo da parte dei
benpensanti o forse di chi aveva interessi ad avere una Chiesa conservatrice di
privilegi, una etichetta: comunista.
Certo oggi ci viene da sorridere amaro a leggere questi avvenimenti, ma
all'epoca fecero scalpore e scandalo, dimenticando che Aurelio Sorrentino,
Vescovo di Santa Romana Chiesa, aveva dalia sua parte fior di Encicliche papali.
E che dire della sua pretesa bizzarra di remunerare il lavoro degli impiegati
della Curia secondo giustizia sindacale? Gli contestavano che quegli impiegati
ricevevano una carità e lui ha illustrato a costoro che senza giustizia non
esiste carità. Vero precursore di luce in tempi bui di egoismo malevolo e ipocrita.
Questo uomo che era stato in prima linea senza tentennamenti nella battaglia
della nuova visione della società civile, questo Vescovo che con tutte le sue
forze si era battuto per una Chiesa più vicina al Vangelo ed era stato tra i
protagonisti del Vaticano II, si ritrova in una stanza, da solo a meditare ed a
fare un bilancio della sua vita.
Le sue fotografie, anche quelle non ufficiali, sono scomparse dalle sacrestie,
il suo nome non viene più citato anche quando si parla di opere volute e fondate
da lui, la sua presenza non è gradita nelle varie assemblee della struttura
ecclesiastica.
C'è da sentirsi sperduti come il naufrago che da sopra un vascello sicuro si
ritrova improvvisamente solo in mezzo alle onde di uno sterminato oceano. Ma
Aurelio Sorrentino pur vivendo con amarezza pienamente umana questa situazione
non si arrende e fa in tutti i modi che il suo tempo sia ancora proficuo,
insegnando, predicando, ammaestrando.
C'è un filo che percorre questa vicenda umana e che ha il sapore dell'amarezza.
Il Vescovo Sorrentino, calabrese in tutto, fino nel suo intimo, non è amato
dalle gerarchie e dalle istituzioni religiose calabresi. Ogni occasione è buona
per contrastarlo, ogni idea gli viene bocciata, ogni sua iniziativa è
boicottata. La decisione di organizzare a Reggio il Congresso Eucaristico
Nazionale deve prenderla quasi di nascosto e mettere anche i suoi collaboratori
davanti al fatto compiuto. Cerca di giustificare queste situazioni con l'eterna
stupida lotta tra Reggio e Cosenza-Catanzaro per la supremazia in Calabria, ma
se questo può essere letto in termini mondani, non trova giustificazione alcuna
in ambito ecclesiastico.
E qualche volta, raramente, il nostro Vescovo, ricordando, perde la pazienza e
si lascia andare a giudizi molto duri per queste situazioni non propriamente
positive per la Chiesa.
La situazione della Chiesa Calabrese non era nuova a questi atteggiamenti.
Sorrentino, calabrese fin nelle più intime fibre, per come abbiamo detto, ne
soffre amaramente. Vorrebbe una Calabria viva, onesta, operosa e sa che c'è
molto da fare e che l'opera deve essere iniziata e portata a compimento da
Presuli che siano espressione del territorio e non "colonizzatori" che vengono
dal nord con l'impreparazione e l'incomprensione di chi si sente superiore.
Per questo l'atteggiamento delle gerarchie calabresi lo ferisce oltre che
personalmente come Vescovo, anche come uomo che ama la sua terra e la vede umiliata.
In questo contesto genera amarezza anche in noi l’atteggiamento di alcuni suoi
compaesani di Zungri, suo paese natale, e del Parroco, che boicottano un suo
libriccino scritto con sacrificio anche economico, per celebrare il paese e la
Madonna della Neve, sua protettrice.
Non è tenero con i calabresi, li sprona a smettere i panni di piagnucolose
vittime del destino, a non essere litigiosi, ad essere propositivi ed operosi, a
non riempirsi la bocca con i fasti di antiche civiltà ormai scomparse, ma di
essere operatori attivi e massimamente ad agire onestamente per porre le basi di
una lotta alla 'ndrangheta che venga dall'educazione piuttosto che dal contrasto
poliziesco. Torna spesso su questo argomento, come un padre che deve e vuole
educare i suoi figli che ama e vede amaramente che le sue parole sono portate
via dal vento.
Se le forze positive della Calabria, laiche ed ecclesiastiche, avessero avuto la
forza di abbandonare il loro misero particolare per seguire la via illuminata di
questo Maestro, chi sa, forse qualcosa sarebbe potuta cambiare. Ma la storia non
si fa con i se, purtroppo.
Monsignor Sorrentino aveva, già da giovane, la capacità di penetrare gli
avvenimenti politici e di comprendere come i fatti si sarebbero sviluppati.
Comprende che la DC per aver rinunziato ad un progetto culturale è destinata a
disfarsi, che dopo l'ubriacatura di Mani Pulite e la nuova legge elettorale
tutto tornerà come prima perché manca nella classe politica la base etica e
culturale, che le varie formule di centro di qua o centro di là sono solo vuote
espressioni che coprono la vacuità della classe politica.
E il tempo gli darà ragione.
Ma in generale, dai suoi diari confidenziali come emerge questa figura?
Dobbiamo immaginarci una persona che, passatemi il termine, si piange addosso
dopo essere stato estromesso dalla Cattedra?
Assolutamente no, è una persona di carattere forte e volitivo che è consapevole
di avere subito un torto e se ne cruccia, ma è anche ancorato ad una Fede senza
limiti. Sa che deve seguire la via che il Signore, attraverso le decisioni
papali, ha tracciato per lui e si china, anche se ogni tanto ha un umano sussulto.
E un uomo e non può non vivere da uomo le sue passioni e le sue debolezze,
facendosi forte tuttavia con la sua forza interiore.
E un poeta, un delicato poeta, non solo per i versi che ha scritto, ma
soprattutto per il modo lirico con cui guarda alla natura, ai suoi fiori, al suo
canarino, al suo eucalipto, che diventano i suoi confidenti intimi. Parla a loro
per parlare a se stesso e darsi la forza di vivere la sua vita attuale.
E che dire della bella semplicità con cui ci parla della Madre e del Padre. Due
figure fondamentali per la sua vocazione, presentate a tutto tondo in maniera
limpida e semplice.
Ma soprattutto, Monsignor Aurelio Sorrentino è un calabrese e nell'attuazione
del suo Magistero non dimentica mai di esserlo. Sente l'orgoglio della sua terra
e soffre, soffre tanto nel sentirsi quasi impotente di fronte a tanta insensibilità.
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