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31/07/18
È stato pubblicato il n.157-158 della Rivista “Calabria Sconosciuta”

21/07/18
Premio Letterario “Giomo Trichilo” Città di Siderno

30/07/18
XV Premio Letterario Città di Siderno

Chiave di ricerca:


Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni
di Vito TETI
Recensione
Un grande e doloroso mito corre lungo le pagine dell’opera di Vito Teti, 
e ricorre ancora tra le pagine meravigliose del suo ultimo libro. Questo 
mito - non soltanto una categoria scientifica, soprattutto un nome di 
destino - lo si potrà definire «antropologia dell'abbandono». Si dovrà 
però chiarire che qui si parla di un fenomeno che investe radicalmente 
la vita di un uomo. E intendere, inoltre, che non si dà abbandono (di 
una casa, un paese, una terra), se non alla luce di una verità tecnica, 
cioè l'impossibilità, passata e presente, della cura, la cura del sé e la 
cura del mondo in cui si vive. «Quel che resta» diviene dunque una 
categoria ancipite, dal lato dell'abbandono può voler dire residualità 
vivente e resistente entro un quadro di inarrestabile ecatombe, dal lato 
della cura voler anche dire stato di colpevole amnesia, 
smemoramento, incuria. 
Quel che resta è un «libro autobiografico» in cui il ripensamento 
dell'autobiografia soccorre certamente per comprendere l'abbandono e 
la cura, comprenderli però non come gelido oggetto di studio ma - per 
usare una parola cara a Giorgio Colli e perfetta per il caso-Teti-Quel 
che resta - storia di una vissutezza, storia di una Erlebnis. Vita e 
Mutterland allora definiscono l'orizzonte entro il cui perimetro la ricerca 
di Teti trova uno spazio di espressione personale, anche uno spazio 
dell'immaginario culturale. Un'idea di abbandono intesa anzitutto come 
presenza di rovine, un patrimonio dell'immaginario collegato a Roma 
imperiale, nondimeno uno spazio sacrale-filosofico esposto nella 
letteratura apocalittica cristiano-giudaica e ancora ripreso 
dall'apocalittica medievale (Gioacchino da Fiore) e infine rifluito 
dell'iconografia (pittura e disegno) delle rovine. È vasta e complessa la 
storia degli abbandoni e delle rovine.
Vita e Mutterland, nel segno della rovina assumono allora il valore di 
un patrimonio perduto: res amissa, in questo caso, vuol dire - con una 
locuzione centrale nel pensiero di Ernesto de Martino - apocalisse 
culturale. La rovina non è soltanto quel che resta sotto il profilo 
archeologico, è anche da intendersi in senso più ampio, come rovina 
culturale, rovina ad esempio del tessuto sacro-religioso, rovina della 
lingua (il dialetto), rovina di una comunità, rovina di un modo di 
essere e pensare la vita, rovina, in definitiva, di un intero mondo. 
Perdere qualcosa è dunque perdere quella totalità che è il paese, e 
nelle rovine perdute perdere i paesi, la magica sostanza di luoghi che 
a noi ha donato proprio il nostro perduto paese. La parola «schegge», 
parola di orientamento scelta da Teti per identificare l'argomento della 
prima parte di Quel che resta, nella propria realtà semantica contiene 
allora la rovina, il rudere, cioè la nostra memoria e il significato 
profondo e ancora appellabile della nostra stessa vita come totalità 
intera. Contiene anche la parola «reliquie». Reliquia è unitamente una 
sineddoche del sacro, un resto sacrale e un resto, anche laico, di 
qualcosa che fu, ritorna ed è vivente. Se si vuole, la reliquia può 
essere capita come sinonimo di rudere, cioè la testimonianza diretta 
dell'intero di cui resta un segno, una pars venerata però in nome di un 
tutto, perché la sua proiezione memoriale figura una rinverginante 
presenza sopravvivente.
Il rudere e la reliquia sono quindi sopravvivenze. E in quanto 
frammenti di vita passata rivivono, domandano di rivivere come 
memorie. Nell'orizzonte di una lacerante destinalità, esse sono 
memorie sospese tra il desiderio di durare, poiché vivono una loro 
dura condizione di resistenza, e il rischio dell'apocalisse culturale. Chi 
pensa, rivive e scrive di questa materia aurata e terribile non è uno 
studioso anaffettivo, al contrario è un uomo che scrivendo confessa 
d'aver vissuto e di continuare a vivere proprio tra le pieghe di quella 
vita rifluita nella pagina scritta. «In fondo, la scrittura, anche quella 
saggistica, è sempre autobiografica» confessa Vito Teti. E di qui che 
transita il lettore di Quel che resta quando comprende - è un autentico 
trauma rigenerante la stessa lettura - che il coinvolgimento 
sentimentale dell'autore, il suo struggimento trasognato per l'aura del 
proprio disparente mondo (che se ne va in niente) determina la 
fioritura di una singolare morfologia della condizione umana, 
l'afflizione della melanconia.
Nel segno della melonconia, infatti, è inaugurata la seconda parte del 
libro, anta edificata su una categoria antropologica in perfetto 
equilibrio tra la sfera autobiografica e la sua verifica sul piano della 
realtà. Anzi, la dialettica delle idee e del sentimento, tra la questione 
personale e lo studio oggettivo del reale, nella dorsale melanconica 
del libro di Vito Teti diviene la pietra angolare di una più potente 
intelligenza del mondo, quella che pensa il sé come luogo inaugurale 
per pensare la realtà, pensiero dapprima messo in circolo culturale e 
che alla fine ritorna potenziato, ritorna come nutrimento del sé 
originario:
…Dovevo imboccare altre strade, immaginare altri percorsi, interrogare 
altre tracce e utilizzare altri scarti per cercare di decifrare la mia 
melanconia, di darle un nome, assumendola su di me con tutto il 
dolore e le lacerazioni che simili operazioni comportano.
La melanconia è un topos antropologico di Calabria. La sua origine - 
che Teti fa rientrare, tra le altre cause, nella demartiniana paura di 
perdere la presenza - va probabilmente ricercata anche nella non 
completa elaborazione e maturazione proprio di quella presenza mai 
del tutto conquistata e dunque mai a rischio di essere perduta fino in 
fondo. La melanconia allora potrebbe assumersi non già come la 
conseguenza, ma come la spia rivelatrice di un lavoro in atto, un 
lavoro secolare, la conquista della presenza, anzi essere intesa come il 
simbolo stesso dell'accanita difesa del conquistato e dell'ansioso 
anelito per l'ancora conquistabile. Nell'intervallo tra il rischio del nulla e 
l'attesa della totalità, la melanconia si fa calcificato stato d'animo, 
rovina di un diruto sentimento, nome di un'ontologia comunitaria nata 
dalla «realtà melanconica». Se la nostalgia è malattia del ritorno, la 
melanconia è malattia del luogo, volontà di abbandonarlo, volontà di 
viaggiare lontano da Mutterland, nel rischio paradossale, e sempre in 
agguato, di soffrire poi per nostalgia e volere finalmente ritornare. 
Andare e tornare, prima andare e alla fine tornare: in mezzo, spesso, 
uno squarcio temporale, la vita altrove, lontano dal paese, mentre il 
paese un poco muore perché abbandonato. La melanconia come 
malattia del luogo, malattia dello stare, può anche essere interpretata 
come la prima causa dell'abbandono. La condanna di casa, paese e 
mondo alla relittitudine, l'esito apocalittico della fuga dall'origine - 
storicamente causata da condizioni di vita proibitive - nell'atto di 
abbandono contiene un duplice significato, come il paese 
l'abbandonante è esso stesso abbandonato (dal paese). «La fuga dal 
luogo è l'altro volto del radicamento e del sentimento di 
appartenenza» scrive Teti elencando le ragioni storiche, politiche e 
culturali dei grandi esodi calabresi fuori della Calabria: a titolo 
letterario, exempla quali la narrazione breve di Corrado Alvaro (Ritratto 
di Melusina), i romanzi di Francesco Perri (Emigranti), di Fortunato 
Seminara (Le baracche), di Saverio Strati (La Teda), di Pietro Lazzaro 
(Mille anime) e Giuseppe Fiorenza (Il paese del malocchio). Non 
sempre, però, abbandonare il paese equivale a un abbandono, perché 
il «paese abbandonato resterà nel mito, nelle leggende, nei racconti, 
nei sogni, nei ritorni anche a distanza di decenni», non sempre cioè 
l'abbandono è spiegato da un motivo, spesso da «concause»: politica, 
disastro naturale (struggenti le pagine di Teti dedicate a Cavallerizzo), 
credenza popolare, necessità economiche ecc. Abbandonare, e poi 
raccontare in letteratura l'abbandono, non è però un topos letterario 
soltanto calabrese, è soprattutto una tendenza culturale europea 
presente in casi riportati dall'autore, da Il villaggio sommerso (1980) 
di Valentin Rasputin, su un borgo abbandonato inondato (nella fictio 
Matëra) sulle rive del fiume Angara in Siberia, a La pioggia gialla 
(1993) di Julio Llamazares, sulla scomparsa di Ainielle sui Pirenei 
spagnoli, e ancora a La cripta d'inverno (2009) di Anne Michaels, sulla 
città canadese di Moulinette sommersa dalle acque del lago artificiale 
di San Lorenzo.
La lettura di Quel che resta di Vito Teti figura alla fine l'immagine 
plastica di una voce proveniente da un mondo di sconfinata bellezza, 
un mondo abnorme, grandioso nella sua pienezza di vissuto. E questa 
voce a un certo punto ritorna, ritorna al lettore come un'eco il cui nome 
è forse il tema più esemplare, il significato primo e ultimo del libro: la 
nostalgia. Il ritorno, il desiderio del ritorno, la malattia, il dolore di 
voler (dover) ritornare per placare, per illudersi di placare il sentimento 
di chi un tempo è partito e in un altro vuole ritornare. Illusione e 
disincanto, della nostalgia del ritornante e del ritornato appaiono verità 
addirittura più dolorose della stessa nostalgia. Teti dunque legge la via 
nostalgica sotto il segno del fantasma: un uomo è nostalgico, non di 
un luogo, ma di un tempo. E a un siffatto tempo - un'età d'infanzia si 
potrebbe scrivere - non si ritornerà mai più. Questa appare la ragione 
sostanziale in grado di spiegare la nostalgia - nel suo compimento del 
ritorno - con il sentimento della sperdutezza. Chi ritorna nel luogo 
agognato si sperde perché fallisce l'incontro con il tempo, un tempo 
della memoria, non della mutevole realtà che questa memoria 
sovverte, un tempo inafferrabile (il «nevermore» di Jean-Bertrand 
Pontalis citato da Teti) il cui nome è dunque ancora e sempre lo stesso 
nome, la nostalgia (di un mondo di vita) irrestituibile. Nome di una 
nostalgia poi trasfigurata e ripensata entro il quadro di un modello 
culturale dialettico tra il passato (contadino), con il suo reale mondo di 
vita, e l'irrealtà del presente (non a caso, Teti fa il nome Pasolini), in 
cui l'idea stessa di vivere non è più l'esito di una fatica, di una 
costruzione, finanche di una scommessa sognante e passionale, ma il 
prodotto finito per così dire di un vissuto venuto dall'esterno, venuto a 
espropriare qualunque forma di individualità, di soggettività creatrice. 
Il mondo di vita, dunque, è l'oggetto di un pensiero nostalgico, la 
fonte stessa del rimpianto, anche se Teti non manca di osservare che 
questo mondo di vita non può essere scorportato dal «corpo-paese», la 
terra dell'età del pane in cui il resto, se si vuole, era la negazione 
stessa della vita: la fame, la miseria, la sporcizia, il degrado.
Chi abbandona il paese, partendo abbandona nel paese anche la 
propria «ombra». Il qui del paese e l'altrove diventano allora luoghi di 
due identità, il cui sdoppiamento testimonia l'origine unitaria, 
un'ontologia intera divisa per così dire dal destino. L'ombra pertanto è 
un'immagine dell'uomo-nel-paese, l'immagine di una totalità, il 
soggetto e la propria terra, una totalità divisibile e insieme indivisibile. 
E come l'ombra, fantasma di chi è partito per un altro mondo, non vi è 
paese da cui sia assente un resto. Esso non testimonia più - nella sua 
realtà culturale e umana - un simbolo di fine, anzi quel che resta è la 
sola realtà a poter restare. E se resta è per testimoniare che se 
qualcosa è stato ed è durato nonostante la violenza del destino e 
l'incuria dell'uomo, allora potrà nuovamente ritornare a essere.
Autore della recensione
Neil Novello








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